
chiedo scusa ma non voglio seppellirvi sotto il vero e proprio diluvio di cagate che questi giorni così tristi e importanti per la democrazia della mia mente.
è solo che stavo cazzeggiando alla grande nel mio internet point preferito dove la lingua ufficiale è il bengalese e la lunghezza media di una minchia è 30 cm. (cifra che raggiungo comodamente se ne tiro con forza la punta e baro leggermente nella misurazione) e proprio non ho resistito alla tentazione di farvi parte di un sogno.
è successo sabato sera. intossicato da un numero imprecisato di arachidi e di scadente birra slovena (la petr o prot, il nome era scritto con un pennarello e non si capiva molto bene), sono andato in una disco avant-garde vicino a ravenna, una meravigliosa costruzione in stile soviet che vorrebbe, nelle intenzioni dell'architetto allievo di tadao hando e di hermann goering, rimandare alla statica semplicità di un posto di merda, obiettivo a mio parere pienamente raggiunto.
dopo un'accurata selezione all'ingresso (durante l'ispezione anale mi hanno trovato i caccoli di fumo ma che volete, i ragazzi sono lì per fare il loro lavoro), io e gli altri amici abbiamo fatto l'ingresso con la solita tracotante baldanza di un giovane al pacino (e squarci lussureggianti del califfo). la clientela, ad una prima sommaria occhiata, sembrava una miscellanea tra anarchici insurrezionalisti (proprio loro, quello che hanno i volantini stampati sulla carta pitonata di roberto cavalli), modisti scongelati dagli anni '80 e quelli con i mocassini.
naturalmente la puzza ormonale nell'aria indicava come tutti volessero scopare tutti.
ci siamo allora lanciati in pista. il 3° pezzo è stato hang up. lì ho ballato come un burattino senza fili dimenticando chi ero e dov'ero, perfetta fusione uomo-macchina-coglione. tutto aveva un senso.
che vincessero pure le elezione: io tanto avevo il ritmo. che le banche mi cercassero: io avrei sputtanato gli ultimi soldi in tutti i remix di madonna. che si fotta kyoto (che non so neanche dov'è, forse in barbagia): io avrei volato più in alto, verso la ionosfera.
allora si è avvicinata una ragazza decorata di un origami di brufoli.
ha detto: "mi scusi, signore. avrebbe una sigaretta?".
ho guardato il suo volto di là da eruttare, ho estratto una camel light dal pacchetto arrotolato nella camicia, ho scrutato i volti stravolti dei miei amici e ho dato la paglia alla cinnetta e ho detto: "sono un vecchio del cazzo".
nb: la suddetta storiella, il cui penoso tentativo di ricostruire lo smacco dell'autore di fronte ad una ragazzina (sbracata metafora di una giovinezza perduta) potrebbe essere risolto in 2 minuti anzichè ammorbare il lettore per tutte quelle righe, non vuole assolutamente sminuire la straordinaria bellezza di un pezzo come hang up, onirico ponte tra la disco anni '70 e l'elettronica disperatamente attuale, e per l'autore IL PEZZO DELL'ANNO.
grazie